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Volto del ''Cristo alla colonna''
Foto di Enzo Ammendolia
I riti della"Settimana Santa"
a
CAULONIA
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(tratto dal libro CULTI CAULONIESI di Gustavo Cannizzaro)
Colpi forti e sordi di mortaretti, nel primo pomeriggio di Sabato Santo, annunciano l'apertura degli "incanti". Sono, questi, una sorta di asta, con cui la nostra gente, dietro una lauta offerta in denaro, si aggiudicava (e si aggiudica) l'onore di portare qualche vessillo, qualche oggetto sacro (Croce degli Spogliati, Candelabro) o una statua nell'imminente processione della "Passsione". Generalmente i mulattieri facevano sempre di tutto per assicurarsi il privilegio di portare a spalla la statua e le "lanterne di San Giovanni, i "massari" la statua del Cristo alla Colonna, i ragazzi (i fedeli più giovani) si assicuravano la statua dell' "Ecce Homo", le signore e le ragazze, invece, le "torce" del Cristo alla colonna e del Cristo Morto con relativa statua, mentre, infine, la statua dell'Addolorata faceva di tutto ad aggiudicarsela chi era legato da un particolare voto. Spesso succedeva, ora molto di meno, che "l'incanto" andava oltre lo spirito religioso per divenire competizione per una vana gloria e prestigio sociale tra i concorrenti. Le ultime grida del battitore di questa nostra asta aprivano (e aprono) il rito originale e molto noto del "Caracolo" e con esso si toccava il momento massimo di tutto quest'importante periodo dell'anno di ogni cauloniese.
«Il Caracolo è una processione strana e tragicomica nei giorni di giovedì e venerdì Santo. Adesso è in decadenza, ma un tempo vi partecipavano tutte le classi sociali; e di caracolo si parlava per tutto l'anno, or preparandosi pel futuro, or commentando il passato. E' un' eredità dell'occupazione spagnola. Karacol in ispagnolo vuoi dire chiocciola, e deriva dall'arabo Karhara girare e può applicarsi per zig-zag, ghirigoro. Charneg nel suo volume "Attraverso la Pampa " così parla di una strada a zig-zag: "cominciammo il valico del Karacol: e l'ultima salita. Essa è lunga, ripida, interminabile, e il suo nome di chiocciola gli vien da numerosi ghirigori che bisogna fare pei suoi fianchi per giungere alla cima". Intervengono a questa processione migliaia di persone accoppiate a due a due, secondo la condizione sociale, il sesso, l'età, la statura di ciascun ceto o corporazione. La marcia si apre con un gonfalone nero, e una croce nuda fra due candelabri senza lumi. E ' obbligatoria la raganella pei fanciulli, l'abito nero pei gentiluomini e le gentildonne, la corona di spine per tutti. Quando l'interminabile corteggio sbuca da un angolo della piazza maggiore, la Mesi, già gremita alle finestre, ai balconi sui tetti di spettatori, invece di attraversare di filata la piazza, e di entrare nella chiesa che sta nel lato opposto, ciò che sarebbe opera di cinque minuti, la testa della colonna rasenta il lato della piazza di rimpetto alla chiesa; ed invece di procedere verso questa, ritorna quasi sui suoi passi, volgendo la faccia verso l'angolo donde è venuta e offrendo il fianco alle file successive dei processionanti, i quali alla loro volta occupano le linee prima occupate da essa. E così torcendo e ritorcendo, imprimesi a tutte quelle file parallele che si succedono, un movimento di va e vieni, che non si arresta, se non quando la Mesi è occupata da tutte le file dei divoti che prendono parte alla processione; e dopo averla solcata e risolcata decine di volte, finalmente si rientra in chiesa. Questo pare incredibile in una piazza di una ottantina di metri, e pure a far questo s'impiega più di un 'ora! Si portano in processione S. Giovanni, il Cristo alla colonna, l'Ecce Homo, il Cristo morto e l'Addolorata. I fanciulli fanno zirlare le loro raganelle, i tamburi sono scordati, le musiche eseguono marce funebri, il clero canta il miserere. E in questo zig-zag di file che si incontrano, si rasentano e non s'arruffano, quelle bandiere pensiglianti, quelle croci desolate, quelle statue che vagano come intontite tra lo sfarzo più esagerato degli abiti dei devoti, nonché la procace bellezza delle donne, il raccoglimento degli anziani, i motteggi dei giovanotti e diciamolo, quell 'ordinata confusione rendono quello spettacolo unico e curioso».
Vivissima la pagina del Prota sul Caracolo: ancora una volta lo storico di Caulonia è riuscito a dipingere un nitido affresco della realtà, tanto da far ritenere inutile una nuova descrizione della processione più importante dell'intero anno liturgico cauloniese. Dalla lettura di questa bellissima e suggestiva pagina ci colpisce il modo con cui l'autore si accosta ai nostri riti, che parrebbe a prima vista irriguardoso specie quando esordisce con l'aggettivo "tragicomico", ma che a una lettura più attenta ed approfondita risulta essere tutt'altro, e cioè l'atteggiamento di chi vuol mantenere il distacco e l'obiettività dello studioso. Nonostante nel passo riportato l'autore sottolinei, già dal 1913, il declino di tale processione, noi possiamo vedere come ancora per tutti gli anni cinquanta essa fosse in auge. Dalla bella descrizione si ricava non solo l'etimologia del termine "Caracolo" e il percorso della processione, una volta giunta in piazza Mese, ma essa, nel ricordarci che con tale funzione siamo di fronte ad un'eredità "dell'occupazione spagnola", ci consente anche di cogliere la sua singolarità di processione barocca, specie quando in piazza il corteo con i suoi continui "ghirigori" produce una serie di ellissi. Sempre il Prota in modo sintetico e preciso ci fa uno spaccato della società cauloniese a lui contemporanea e, con un'esatta scelta di termini, riesce a darci un'attestazione documentaria. Sicuramente con questa stupenda pagina abbiamo il primo cortometraggio sul Caracolo; certamente il nostro regista si serve della parola scritta e non fa uso di cinepresa per ovvi motivi. Ora ci fa sentire lo "zirlare" della "raganella" (la tocca), ora "i tamburi scordati", quindi ci fa vedere "le bandiere pensiglianti", le "croci", il "vagare delle statue" e l'atteggiamento dei devoti e della gente che assiste: tutti elementi che rendono tale spettacolo "unico", "curioso". Dal medesimo scritto apprendiamo che il Caracolo è una processione del "giovedì e venerdì santo", mentre ora noi sappiamo che con la nuova liturgia esso ha luogo pomerggio di Sabato Santo. Fino ai primi anni cinquanta del XX sec., il calendario della settimana santa si sviluppava secondo il programma seguente: il Mercoledì Santo non proponeva la processione del Cristo e il Giovedì Santo intorno alle ore nove del mattino presentava il Caracolo con tre delle quattro statue dell'Arciconfraternita dell'Immacolata (Cristo all'orto, Cristo alla colonna e Cristo sotto la Croce); intorno alle ore undici iniziava presso la Chiesa del Rosario la Messa della Cena e quindi subito dopo, nel primo pomeriggio, la visita ai Sepolcri. Nel tardo pomeriggio nella Chiesa Matrice si svolgeva la funzione delle "Tenebre" e a sera con la chiamata della Madonna iniziava la processione del Cristo Morto. Il Venerdì Santo era occupato dalla visita dei Sepolcri, dalla messa "non consumata" e quindi, con la chiusura dei sepolcri, la spoliazione degli altari e l'eliminazione dei drappi viola dalle effigi sacre, prendeva il via il grande Caracolo. Il Sabato Santo era il giorno della "gloria", e verso le dieci del mattino, sempre nella Chiesa Matrice, principiava la cerimonia culminante a mezzogiorno con il risveglio delle campane la Resurrezione del Cristo.
In attesa dello squillo delle campane di Pasqua molta gente di Caulonia teneva in mano una "posta" (tocchetto) di una di quelle salsicce, ulteriormente essiccate dal lungo periodo di astinenza,e all'esplodere del suono delle campane si iniziava a gustare lo squisito boccone senza dimenticare di pronunciare l'espressione"Groglia sonandu, sazzizzu mangiandu". Naturalmente sulla tavola di ogni buon cauloniese, in quel santo giorno, non mancavano oltre i salami, l'agnello, il buon vino, le gelatine e la 'nguta, dolce casareccio a base di farina, zucchero, sugna (strutto) e uova, a forma rituale e decorata con un uovo dall'evidente valore simbolico.
Sempre a mezzogiorno di Sabato Santo, in attesa della "gloria" tutti i ragazzi stavano appesi allo "stantaloru" (architrave) di una porta o alla ringhiera di qualche balcone di un piano rialzato e meglio ancora alle sbarre della vecchia balaustra di piazza Mese, perché secondo l'usanza i più piccoli essendo penzoloni al primo squillo delle campane avrebbero facilitato la crescita del proprio corpo intercalando il verso "groglia sonandu ed eu allongandu " (in periodi in cui le nostre altezze non erano molto elevate ciò voleva dire molto). Dopo l'improvviso e festoso scampanellio di tutte le campane, un curioso personaggio," u sciummicaturi", portando una sorta di turibolo con dell'incenso acceso si introduceva nelle nostre abitazioni a togliere il malocchio recitando a tal fine, con suoni piuttosto incomprensibili, la seguente formula:
"Occhju e malu occhju,
e s'è puru magaria,
vattindi fora da casa mia.
Santu luni, santu marti,
santu mercuri, santu jovi,
santu vennari, santu sabatu,
dominica i Pasca
e l'occhju 'nterra u casca ".
Come si può notare, le due nostre anime, pagana e cristiana, continuavano a vivere in forme di forte sincretismo.
Questo era l'antico rituale, prima della riforma avvenuta negli anni cinquanta, e così si trascorreva l'intera giornata di sabato fino alla domenica di Pasqua.
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