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Volto del ''Cristo alla colonna''
Foto di Enzo Ammendolia
I riti della"Settimana Santa"
a
CAULONIA
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(tratto dal libro CULTI CAULONIESI di Gustavo Cannizzaro)
L'alba di Venerdì Santo vedeva avanzare con passo lento e solenne due cortei di fratelli, tutti fasciati da una corona, ottenuta da un cespuglio irto di spine, che dalle nostre parti era (ed è) chiamato "spina santa" o meglio "spina santara". La stessa si poteva inoltre ottenere usando i ramoscelli dello "sparacaro" (asparago), i cui germogli teneri, se non colti per fare delle appetitose frittate o buone insalate, con il passare dei mesi sfioriscono e piano piano si trasformano in cespugli sempreverdi irti di spine. Alle tre del pomeriggio dello stesso giorno nella Chiesa dell'Immacolata inizia la cerimonia delle tre ore di agonia, dove le ultime "sette parole", pronunciate da Gesù prima di morire, sono spunti per momenti di canti, orazioni e riflessioni, per concludersi con la messa detta del presantificato, da noi nota con il nome "missa a storta". La messa viene privata della consacrazione e quindi della comunione, sostituite entrambe dalle "lamentazioni", mentre nel prefazio si legge il vangelo di San Giovanni.
E' a sera inoltrata che la giornata del Venerdì Santo diviene fortemente suggestiva, quando dalla Chiesa del Rosario in tono dimesso e quasi in sordina le statue della Vergine Addolorata e del Cristo Morto vengono condotte all'entrata della Chiesa Matrice. All'interno di essa, stipata di gente fino all'inverosimile, si consuma la nota cerimonia della "chiamata della Madonna". E' durante questa funzione che il padre predicatore da prova di ogni sua capacità oratoria. La sua predica tocca il culmine quando, dopo aver chiamato la "Croce" e 1' "Ecce Homo", invita Maria "a prendere suo figlio in Croce". Si assiste a questo punto a un momento di drammatizzazione che ha quasi del teatrale, poiché la commozione umana si innesta alla "pietas" cristiana. Il pesante portone della Chiesa si spalanca e la Madonna fa il suo ingresso. Dopo una solenne "gira" per le tre navate della Matrice, prende avvio la mesta processione del Venerdì Santo. Le note struggenti delle marce funebri più famose accompagnano l'Addolorata e il Cristo morto seguiti da tutta la gente di Caulonia. La processione si snoda per le vie della parte alta del paese e, a notte tarda, rientra nella Chiesa del Rosario dove con voce corale tutti i fedeli si stringono nel canto "i dolori della Madonna". Con quest'inno anche i nostri canti toccano il culmine, il loro momento più alto e più suggestivo.
Il canto, all'interno delle diverse funzioni, ha un'importanza senza pari in quanto concorre a rendere sempre affascinanti ed emozionanti i riti della settimana santa cauloniese. Il nostro modo di cantare è una sorta di nenia, che, anche se eseguita in maniera rude e, oserei dire, stonata, riesce ugualmente ad essere gustata (sicuramente dalla gente del posto).Sono corali, dalla struttura molto semplice, che nelle voci maschili (tenorili e soprattutto baritonali) si basano su toni gravi, mentre in quelle femminili (sopranili) su toni acuti, caratteristiche proprie del nostro modo di parlare. Tutti questi canti trovano una loro peculiarità in una certa espressione lamentosa e nel contempo elegiaca, con frasi arricchite da gemiti, che per noi esprimono il dolore. Il loro ritmo è molto lento, senza il rispetto di particolari regole, con ritornelli che ripetono sempre la stessa cadenza; tutto sommato, ripeto, sono di struttura molto semplice e di facile orecchiabilità, ciò non di meno, se ad interpretare questi corali sono persone più dotate, i motivi ottengono una loro armonia che rende più aggraziata la canzone. A guida del coro era (ed è), generalmente, un esponente del clero e, in sua assenza, una persona che si atteggiava a "corifeo", mentre tutti gli altri si accordavano rispettando il ritmo, la tonalità e le caratteristiche che questi imponeva. Canto struggente il nostro e ciò non sfugge a F. Ferri, che su di esso così scrive: «...una vecchia contadina dalla voce formidabile, intonò la Salve Regina. ...Alla voce della vecchia seguirono quelle squillanti delle donne più giovani, poi quelle gravi degli uomini, e un coro perfetto con accordi di terza e di quinta riempì la chiesa. I primi due versetti erano cantati in fretta, con una specie di recitativo sommesso, saliente, una invocazione appassionata. Al terzo il canto si allargava, come un volo di colombe che abbia preso quota, e piegava con accordi semitonali, lenti, accorati nell'ultimo emistichio, pieni di una malinconia consapevole forte e rassegnata. La voce delle giovani si spiegava piena, limpida, dal petto, come uno zampillo d'acqua sorgiva: le più attempate cantavano in tono minore. Qualcuno lacrimava cantando, col cuore pieno d'angoscia». A mezzanotte i fedeli, colmi di mestizia e molto compunti, rientrano alle loro case.
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